Ritorna attivo, dopo un paio di mesi di silenzio, il blog della Cattedra. Questo semestre sarà dedicato in particolar modo ai ragazzi di Rovigo, non disdegnandosi, tuttavia, commenti dei colleghi ferraresi.
La questione che ha chiuso la lezione odierna, dopo l'excursus delle riforme che hanno favorito il passaggio dal codice Rocco all'attuale codificazione (meglio: all'attuale assetto normativo in materia processuale penale) è stata questa. Giusto processo e processo breve: leggi, riforme e proposte dettate dalla necessità di adeguare il sistema di leggi sul processo penale ai principi della Costituzione e delle fonti sovranazionali, CEDU in primis. Si tratta di realtà tra loro compatibili?
Stessa domanda, poi, si porrebbe in relazione all'attuanda riforma del codice, quella approvata dall'esecutivo il 6 febbraio 2009 e di cui abbiamo fatto cenno oggi a lezione, riferendoci all'introduzione delle ragioni di convenienza tra le cause di ricusazione del giudice e al nuovo volto dei rapporti tra PM e difensore (e tra PM e PG).
Un panorma frammentario, il nostro, che rispecchia - come acutamente ha sostenuto qualcuno di Voi - l'altrettanto frammentaria azione dei governi succedutisi nel corso degli ultimi decenni. Che cosa ne pensate, quindi? Quali soluzioni proporreste per - e uso ancora le parole di qualcuno di Voi - rendere il sistema del processo penale in questo Stato uguale a quello vigente nelle altre Nazioni occidentali (il riferimento, mi pare, era a Germania e a Stati Uniti, anche se su quest'ultimo ordianamento ci sarebbe da dire molto...)?
Commentate numerosi...

Innanzitutto ritengo sia impensabile un processo in tempi rapidi in un sistema in cui esistono procure come quella di Enna, per citarne una, ove è presente un solo magistrato a fronte di un organico di 5,( ovvero con un rapporto di 1 magistrato /100000 abitanti) o in uffici giudiziari che, oltre ad essere sprovvisti di computer, hanno perfino difficoltà ad ottenere della carta. Per non parlare dei casi in cui è la camera avvocati a dover fornire annualmente i codici ai giudici. Ovviamente dunque, a mio avviso, il primo passo per migliorare la macchina giudiziaria è quello di colmare i vuoti di organico, con riferimento non solo ai magistrati, ma anche ai cancellieri, agli ufficiali giudiziari e a tutte le figure che data l' assenza di concorsi pubblici da svariati anni, nonostante i numerosi pensionamenti, non sono mai state rimpiazzate.
RispondiEliminaDi processo breve parla anche l' art. 111 della costituzione elencandolo tra i pricipi del giusto processo, tuttavia il pricipio a cui fa riferimento la costituzione non ha alcun riscontro pratico con la con il progetto di legge conosciuto, appunto come "processo breve". Quest' ultimo, se dovesse entrare in vigore, comporterebbe l' inevitabile 'chiusura' di centinaia di migliaia di processi penali in corso causando svariati inconvenienti: 1) Denegata giustizia alle vittime dei reati 2) Imputati che non avranno mai la possibilità di dimostrare la loro innocenza con la formula della piena assoluzione
3) Inutile intasamento delle procure per processi che non vedranno mai compimento, addirittura morti sul nascere, dato che i termini previsti sono talmente ristretti ( 6 anni per lo svolgimento di tutti i gradi di giudizio a fronte di un tempo medio di un processo penale che, ad oggi, è maggiore al termine previsto anche solo per una sentenza di primo grado) da ritenere persino inutile lo svolgimento.
Poi vi sono a mio avviso altri profili di incostituzionalità dato che, il suddetto 'processo breve' non sarebbe applicabile ad ogni caso bensì vi sono dei requisiti necessari che l' imputato deve avere per potersene avvalere; per citarne alcuni, è necessario essere incensurati; deve trattarsi di reati punibili con pene non superiori ai 10 anni; e deve trattarsi di un procedimento non ancora conclusosi con una sentenza di primo grado. Ovviamente si profila un trattamento diverso tra imputato ed imputato, quasi a creare categorie di imputati di serie a e di serie b. Io ritengo, invece, che un pregiudicato debba avere il diritto di essere processato con gli stessi strumenti e negli stessi tempi di chiunque altro. Gli esempi sopra citati, dunque, entrano in conflitto con il principio di uguaglianza dell' art. 3 Cost: la legge è uguale per tutti, ma questo procedimento sembra non tenerlo in considerazione.
In secondo luogo ritengo che un passo per 'velocizzare' i processi potrebbe essere quello di agire direttamente sul sistema procedurale, ad esempio impedendo di presentare determinate eccezioni oltre il primo grado di giudizio.
RispondiEliminaIl caso della Procura di Enna è a dir poco eclatante. E, pur non in queste forme, è possibile avvertire il disagio un po' ovunque, camminando per i corridoi di tribunali e procure. Mancano i fondi, manca la carta, mancano le penne, manca il personale oltre le 12.25. Si parla di processo telematico e non sono stati fatti corsi o, se si sono tenuti, mancano le attrezzature per quella trasmissione di dati che è indispensabile all'informatizzazione dei processi.
RispondiEliminaQuanto ai concorsi... c'è da dire che all'ultimo concorso per l'accesso alla carriera di magistrati, un enorme numero di candidati è stato bocciato per errori di ortografia. E come posso fidarmi di un giudice che scrive "qual'è" o che non sa coniugare un congiuntivo?
Venendo al merito delle Tue critiche al progetto di riforma del processo breve: vero, verissimo che creerebbe due categorie di pregiudicati. Vero, del pari, che sarebbe sufficiente eliminare la possibilità di proporre talune eccezioni oltre il primo grado. Mi trovi d'accordo. E, a questo punto andrei oltre: si rende necessaria la riforma dei giudizi di grado ulteriore al primo, essendo essi impiegati spesso e volentieri per ottenere una riduzione della pena. Questa esigenza si avverte sempre di più: vi è chi, addirittura, ha ipotizzato un'abolizione dell'appello. E poi, obbligatorietà dell'azione penale. A che serve tenere in Costituzione un principio che viene costantemente tradito dalla prassi? Certo, va detto che l'Italia non è assolutamente un Paese maturo per affidare agli stessi uffici giudiziari la definizione di ciò che è procedibile e di ciò che non lo è. Lo dicevi Tu correttamente oggi: interessi secondari avvelenano quello che definivamo come corretto andamento dell'attività procedimentale (adattando il principio di buon andamento della p.a.).
Sono, queste, riflessioni in libertà che sottopongo a Te e ai Tuoi colleghi che vorranno intervenire in questa discussione, e che dimostrano come la strada per il miglioramento sia ancora lunga. Certo, mi dico ottimista sotto un aspetto: almeno oggi ne abbiamo parlato. Almeno tra persone che studiano la materia ci si è posti il problema di quel che non va nel sistema, assumendone contezza. Mi auguro sia un buon inizio, convinto come sono che ciascuno può molto, facendo bene la propria parte nella propria quotidianità.
ci terrei a fare una premessa: non sempre ciò che può rivelarsi utile è anche condivisibile dal punto di vista morale.Istituti quali la prescrizione si basano sull'assunto che dopo un certo periodo di tempo lo Stato non abbia più interesse a punire determinati reati perchè l'allarme sociale suscitato dagli stessi andrebbe svanendo.Ma l'interesse della vittima a veder punito il reo??non merita considerazione??Così non si fa altro che aumentare la distanza che già c'e tra cittadino e istituzioni, quasi che il diritto sia fine a se stesso, e non al servizio dei consociati, come dovrebbe essere.Se ciò è vero, istituti come la prescrizione, l'estinzione del processo per decorrenza dei termini,andrebbero usati con molta cautela, e non come semplicistico modo per tentare di risolvere il problema dell'intasamento della giustizia italiana!Io temo di non avere soluzioni da proporre...ritengo tuttavia che il problema risieda in parte nella mentalità diffusa in questo paese:lavoro il meno possibile(La madre di una mia amica è giudice e dedica al lavoro poco più di 4 ore, il resto del tempo lo trascorre nei campi da golf), fatico il meno possibile...tanto farà qualcun'altro. Penso che prima di tutto dovrebbero cambiare gli italiani, ma ciò purtroppo non lo si può fare con una legge. personalmente punterei molto a formare bene la mia generazione, a creare dentro le aule universitarie giuristi consapevili e cittadini responsabili.
RispondiEliminaCarissima Giorgia, hai toccato un punto fondamentale. Oserei dire, anzi, che hai centrato la questione: <>. Il problema è proprio nella mentalità del "tanto prima o poi lo farà qualcun altro", degli escamotages per ottenere tutto e subito (un mio carissimo amico, che ne ha fatto, ahimè, una filosofia di vita, direbbe "il massimo risultato con il minimo sforzo"... ma niente, a mio avviso, è ottenibile senza sacrificio), o del ricorrere agli "amici degli amici"... è una mentalità che ci portiamo dietro fin dall'antica Roma e che, diciamolo pure, un po' ci piace: probabilmente perchè ci illude di essere migliori, sicuramente più furbi degli altri. In realtà il risultato è la guerra di tutti contro tutti, per dirla con Hobbes. E, sicuramente, è ben lontana, la realtà, dall'avere giuristi consapevoli e cittadini responsabili.
RispondiEliminaFatta questa doverosa premessa, cambia anche il concetto di ciò che è "utile". Parli di prescrizione. Istituto utilissimo, fondamentale. La sua applicazione, però, viene piegata al soddisfacimento di interessi personali, troppo spesso molto lontani dal canone di giustizia che un processo (giusto: mi si scusi la ripetizione, credo, però, necessaria) dovrebbe realizzare. E torna la deviazione della prassi verso interessi e affari secondari di cui ieri a lezione parlava Daniele.
Traggo, però, anche dal Tuo post un dato positivo: siamo sulla buona strada. La nostra chiacchierata di due ore e mezza di ieri non è stata inutile. Stiamo iniziando ad abituarci, noi quali giuristi incamminati (o almeno che abbiamo voglia di incamminarci) sulla strada della consapevolezza, a studiare il diritto, capendo che si esso evolve di pari passo alla società che lo crea. Diritto e società sono entità direttamente proporzionali tra loro. In definitiva, quindi, sì, una legge non potrà cambiare la mentalità degli italiani. Un cambiamento della mentalità degli italiani, però, potrà generare senz'altro leggi migliori.
Senza dubbio io credo che la chiave di tutto stia nella comunicabilità tra ciò che avviene nella socialità e ciò che avviene nel mondo del diritto. Se si continua a tenere distinto ciò che avviene nelle aule di tribunale da ciò che si verifica nella realtà in cui quotidianamente viviamo, non si arriverà mai da nessuna parte. Per questo credo che sia fondamentale un impegno sincero di giudici e operatori da una parte; dall'altra, quello di politici e politicanti, che dovrebbero dare ascolto alle istanze poste dai giuristi. In altre parole: se Dottrina-Giurisprudenza-Operatori del diritto a qualsiasi livello, cittadini compresi, si sentissero davvero partecipi di un progetto comune da portare avanti, tutto cambierebbe - e in meglio. Se il mondo del diritto rimane cristallizzato,lontano dalla realtà, configurandosi come qualcosa di lontanissimo dal singolo cittadino, il solo sentimento che si genera è quello di diffidenza e distacco dalle istituzioni, unitamente ad una dose massiccia di rassegnazione. Occorrerebbe che ognuno fosse aperto a rivedere le proprie posizioni, cercando di avvicinarsi a quelle degli altri, per quanto possibile: se si vuole raggiungere un obiettivo, attraverso il dialogo ce la si può fare. Ma se l'obiettivo viene solo strumentalizzato...
RispondiEliminaLa Giustizia in Italia ha una serie di problemi, alcuni generali, in comune con tutti i paesi moderni, ed altri specifici ed unici del nostro paese : il problema Generale, comune a Tutti i paesi in Europa, è quello della difficoltà di accesso alla Giustizia da parte del singolo, che con le procedure Giudiziali Ordinarie non è in grado di ottenere adeguata soddisfazione per le controversie di limitato contenzioso, a causa delle costose procedure e lenti tempi di risoluzione, sia pure nella media Europea di 1-2 anni;Il problema specifico e grave tutto Italiano, è la lunga durata dei procedimenti giudiziari ordinari, record Europeo, da cui le ripetute sollecitazioni da parte della Comunità Europea, perchè si risolva il problema. Per quanto concerne l'accesso alla Giustizia,
RispondiEliminala Comunicazione 98/198 C.E., sulla risoluzione extragiudiziale delle controversie in materia di consumo, rileva che la Comunità Europea ha sancito, già dal 1975, cinque diritti fondamentali del consumatore, tra cui il diritto alla protezione della salute, all'informazione, all'educazione, alla rappresentanza ed al giusto risarcimento dei danni mediante procedure giudiziarie rapide, efficaci e poco dispendiose.
Da allora si sono fatti tanti passi avanti in tutti i settori di definizione e difesa diritti, ma è rimasto insoluto quello dell'accesso a procedure "Rapide" e poco dispendiose per l'esercizio concreto dei diritti stessi. (Commento di FEDERICA TALPO / Parte 1)
Definire Diritti e non mettere a disposizione strumenti atti a garantirne l'esercizio effettivo, priva i diritti stessi della loro efficacia. Invece, relativamente all'eccessiva durata delle procedure Giudiziarie, questo secondo problema è invece specifico ed unico Italiano, da anni ampiamente e ripetutamente condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell'uomo di Strasburgo. La durata media in Italia, per arrivare a Sentenza definitiva in un Procedimento Giudiziario "Ordinario" per risolvere una Controversia, è di oltre 6 anni, cui devonsi aggiungere circa 3 anni per recuperare il dovuto per un totale medio di circa 10 anni, con punte di 15-20 ed oltre.La causa principale è in genere attribuita ad un insieme di fattori di difficile soluzione :Il lento funzionamento dei Tribunali per burocrazia e normative complesse e cavillose; una certa carenza di personale, specie di Magistrati, in corso di integrazione, che "Subiscono" la grave situazione dell'apparato Giudiziario; la cultura del ricorso alla Magistratura anche per controversie "Minime" e l'abuso dell'utilizzo della possibilità di appelli , revisioni, ecc;la presunta elevata "Litigiosità" degli Italiani, però confutata da più parti;una quantità di Avvocati incredibilmente elevata, circa 200.000, pari a 3.000 Avv. per Milione di abitanti, il doppio della media Europea.;Insufficiente promozione delle Procedure "Alternative" ai Tribunali.
RispondiEliminaLa possibilità di ottenere giustizia in tempi accettabili, appartiene ancora, nel vissuto dei cittadini, a una mera ipotesi non suscettibile di concrete verifiche nella realtà.
E in non poche occasioni sul fronte penale il braccio della legge ha finito per colpire con affrettata presa cittadini che poi innanzi agli organi hanno vista riconosciuta la loro innocenza.
Ma questi (si potrebbe dire) sono gli inconvenienti di qualsiasi sistema: ogni produzione ha i suoi scarti o i suoi pezzi difettosi, però nel complesso funziona. Il problema è che ripararsi dietro la fisiologia dell'errore, trattandosi di persone e di vite umane, non aiuta a far attecchire e crescere nei cittadini la fiducia nella giustizia.Né è stata data sempre una piena risposta a quella domanda di sicurezza, che è oggi una vera e propria richiesta di affermazione e di tutela dei diritti di cittadinanza. Sicché occorre concentrarsi con metodo nella definizione di strumenti idonei ad assicurare alla giustizia coloro che compiono delitti e nell'affermare la capacità e l'autorità dello Stato attraverso la certezza della punizione e l'effettiva espiazione delle pene comminate.
E non possiamo non ricordare il pensiero di Giovanni Conso, fonte autorevole, che già nel 1996 parlava del disorientamento che si propaga nella pubblica opinione:"Siamo preoccupati tutti, ad ogni livello, per l'approccio ai problemi della giustizia. E' innato il bisogno di certezze, lo si sente soprattutto quando i tempi sono difficili. Ecco perché si vorrebbe chiarezza e completezza di risultati" (commento di FEDERICA TALPO / Parte 2)
Oggi a lezione la prof. sosteneva che il problema probabilmente siamo noi italiani, '' l' italianità '', e che l' unico modo per cambiare le cose sarebbe cambiare la mentalità di tutti. Quello che mi è venuto in mente credo che abbia qualcosa a che fare con l' italianità, è la famosissima terzina del canto sesto del Purgatorio di Dante:
RispondiElimina'' Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello! ''
è stata scritta più di 700 anni fa e mi è sembrata di un' attualità preoccupante; preoccupante perchè mi ha fatto pensare che forse davvero non cambierà mai niente.
Sul commento di Anonimo, è vero: il mondo del diritto è quanto mai lontano da quello della vita quotidiana. Inspiegabilmente, peraltro, poichè il diritto è strumento per governare ogni aspetto della nostra quotidianità e, così ragionando, non può rimanere confinato tra le aule di un Tribunale o i brocardi di un libro universitario. Peraltro, la strumentalizzazione continua a essere un problema, serio. E a questo si ricollega quell'italianità che Maria Francesca ritrova, a settecento anni di distanza, nei versi di Dante. Potremmo citare il Gattopardo: "cambiare tutto per non cambiare niente". Era riferito alla mentalità del popolo siciliano; è, a mio avviso, estensibile a tutto il Paese. Noi italiani facciamo riforme, litighiamo, l'atmosfera nelle aule di Parlamento è incandescente, per citare Gaber, ma alla fine non cambia alcunchè. Ed è qui a risiedere il motivo del distacco che Federica rileva tra l'Italia e le direttive di livello comunitario.
RispondiEliminaUn nuovo invito alla riflessione che lancio, quindi, è questo: proviamo a vedere, mano a mano che nel corso incontreremo riforme o progetti di riforma, se questi realmente sono rivolti a cambiare qualcosa o ad attestare, invece, con parole diverse, qualcosa che nella realtà già c'è.
P.S. Vi riporto la frase esatta di Tomasi di Lampedusa, pronunciata da Tancredi ne Il Gattopardo: <>.
Per qualche misterioso problema informatico, blogspot non ha riportato la frase che avevo postato tra virgolette. Ve la scrivo qui
RispondiEliminaSe vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi.
Sono d'accordo con Maria Francesca, forse è davvero tutto legato ad un problema di italianità. E infatti a me è venuta in mente una citazione di Massimo D'Azeglio sulla quale svolsi un tema in terza liceo: "Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli italiani".
RispondiEliminaMolto probabilmente è questo il grande limite che ci portiamo dietro: il fatto di essere nati prima geograficamente piuttosto che come popolo che ha uno stesso sentire, stesso modo di agire e stessi valori.
Nonostante abbia sostenuto l'esame di procedura penale I, non mi sento ancora in grado di poter individuare quali strumenti potrebbero essere adottati, se non per risolvere, quanto meno iniziare a migliorare il sistema giustizia che sta andando allo sfascio. Credevo che la giustizia andasse male nel nostro paese, ma non tanto quanto ci è stato illustrato in queste lezioni.
Mi chiedo perché chi occupa e ha occupato cariche importantissime nel nostro paese, quale può essere quella del Ministro della Giustizia, non sia a conoscenza dei rimedi che la professoressa ci ha illustrato per iniziare a risolvere qualche problema, o comunque non abbia in mente altre soluzione, e non sappia che è necessaria una riforma che riguardi il sistema giustizia nella sua totalità. O forse, più semplicemente, è a conoscenza di tutto ciò, ma prevale l'esigenza di mediare agli interessi delle diverse parti politiche, esigenze che sembrano, purtroppo, venir prima del diritto dei cittadini ad essere tutelati e ad aver giustizia.
Domanda che pongo con l'intento esclusivo di lanciare una provocazione (e di avallare la considerazione finale di Valentina, che, vedo risuonare unanime in tutti i Vostri interventi): siamo sicuri che si tratti realmente di mancata conoscenza dei rimedi e delle soluzioni?
RispondiEliminadipende da cosa si intende per rimedi e soluzioni...dato il fattaccio brutto brutto di oggi (decreto legge di interpretazione autentica, tra l'altro illegittimo a fronte dell'art. 15.2 lett. b) legge 400/1988 che vieta decreti legge in materia elettorale...vabbé, vai a guardare il capello) dubito che chi ci governa abbia la percezione che abbiamo noi della realtà della giustizia italiana. Il vero problema è che stanno trasferendo i loro interessi privatissimi alla comunità dei loro elettori, i quali ormai identificano i buchi del nostro sistema giudiziario con le intercettazioni o con le accuse ai politici...
RispondiEliminaDaniele, hai evidentemente ragione: sul fatto di oggi non mi esprimo perchè... non ho parole. Non ho parole perchè ho la sensazione che sia venuto meno l'ultimo baluardo di garanzia della nostra democrazia, che la voce dei cittadini onesti, già flebile, si sia ormai spenta. Con che faccia, martedì, potrò andare a lezione a parlare ai ragazzi di regole e di sanzioni? E a dar loro fiducia che le cose possono cambiare? Mi sento effettivamente un po' perso...
RispondiEliminaMi ricollego alle varie considerazioni fatte fin qui. Credo che il metodo adottato in molti interventi del fare ‘di tutta l’ erba un fascio’ sia, oltre che pericolosa, decisamente fuorviante.
RispondiEliminaPrima si parla di giudici che non lavorano, poi di un problema di italianità. Questo genere di definizioni hanno già causato non pochi problemi nella storia d’ Italia. Riprendo proprio il popolo siciliano di cui parla Tommaso di Lampedusa, quella parte di italiani che più di qualunque altra ha vissuto il peso delle etichette e dei cliche. Fino all’ istituzione del pool antimafia (ma alcuni ebbero il coraggio di sostenerlo anche dopo) che ha visto come protagonisti Falcone e Borsellino, era consuetudine ritenere che la ‘mafia’ non avesse nulla a che fare con la criminalità, men che meno con quella organizzata ; si credeva che fosse semplicemente ricollegabile ad un concetto che Sciascia definì brillantemente ‘sicilianitudine’, ovvero ‘il sentire mafioso come indolente accettazione di un destino, il codice segreto della sicilianità, un distillato dell’ intera storia di sicilia’. Anche Falcone, nel suo celeberrimo libro (Cose di cosa nostra) cade nel tranello e rimane ‘impigliato’ in questa definizione asserendo che magistrato e pentito debbano parlare lo stesso codice, il codice siciliano, riferendosi a qualcosa che va ben oltre l’ uso del dialetto. A fine ottocento, il prefetto di Caltanissetta Fortuzzi riteneva che la mafia fosse dovuta ad un ‘pervertimento morale di questa popolazione (siciliana) per la quale le idee del giusto, dell’ onestà e dell’ onore sono lettera morta e che, per conseguenza è rapace, sanguinaria e superstiziosa’. Leggendo una definizione simile ci stupiamo nel sapere che nozioni del genere sono state utilizzate fino a poco meno di trent’ anni fa. Ora, crediamo realmente che tutti i siciliani siano, o siano stati, mafiosi? Che sia un problema di mentalità siciliana? O vogliamo più lucidamente convincerci che il problema siano gli interessi personali che hanno legato indissolubilmente la mano armata della mafia con quella legislativa della politica? Il problema, allora, è la mentalità siciliana che genera la mafia, o la politica in generale che la fa crescere e se ne serve? Come è possibile attribuire ad un intero popolo, o ad un’ intera ‘classe’ (es. quella dei magistrati), colpe che sono prettamente specifiche e personali? Non dovrebbero allora essere affetti dal ‘sentire mafioso’ tutti i siciliani? E come spieghiamo il pool? Come spieghiamo Leoluca Orlando? Come giustifichiamo l’ esistenza di Sciascia? [...]
[...]L’ italiano si comporta così perché gli è data la possibilità di farlo, non perché sia antropologicamente diverso dagli inglesi o dagli svedesi. L’ italiano non rispetta le leggi perché sa di trovarsi in buona compagnia, perché vede le persone ricoprenti posti di responsabilità che si permettono di cambiare le regole quando queste si rivelano a loro controproducenti o inadatte, esattamente come si faceva nell’ epoca (purtroppo non molto lontana) del regime fascista. Il problema va cercato molto più indietro nel tempo e non tanto nella tendenza degli italiani a ‘fare i furbi’ che è evidente e palese ma, a mio parere, presente in tutti gli uomini (solo che in altri casi questa possibilità non è contemplata).
RispondiEliminaGli italiani sono un popolo rassegnato, un popolo che è stato abituato a non conoscere la libertà, sempre durata troppo poco, questo è il problema. Non ci si stupisce delle ‘leggi ad personam’ perché non sono una novità; non ci si preoccupa che qualcuno possa decidere per noi senza interpellarci, perché ormai gran parte della società è stata abituata a delegare il compito di pensare.
E’ semplicistico parlare di italianità: anche io sono italiano, ma mai mi sognerei di utilizzare il mio ruolo istituzionale per risolvere problemi personali. Tra me e chi lo fa c’è un abisso intellettuale. Allora il problema sono gli italiani o qualche italiano? La colpa non è di chi ci ha indotti a credere che tutto sia lecito? Non è di chi ha convinto gli italiani che la giustizia sia un impiccio burocratico? Di chi delegittima i giudici e il loro operato quotidianamente, definendoli ‘plotone di esecuzione’? Non voglio santificare i giudici, sono persone, molti sbaglieranno (vedi Carnevale), molti no. Ma non possiamo dimenticare che l’ operato di molti pm, in primis di Falcone di cui parlavo sopra è stato denigrato ed osteggiato durante tutta la sua vita, salvo poi piangerne la morte e rivendicarne l’ eredità.
Qualcuno mi dirà che queste persone sono pur votate; questo è un dato incontrovertibile. Ma quante persone sanno realmente come stanno le cose? Non sbagliamo a sottovalutare l’ importanza della televisione in uno stato ‘vecchio’ in cui l’ 85-90% della popolazione forma la propria opinione politica utilizzando solo questo mezzo di comunicazione? Il problema dell’ Italia è l’ italianità intesa come spiccata tendenza ad ottenere ‘tutto e subito non pensando alle conseguenze’ o dell’ ignoranza in cui gli italiani riversano e non solo per colpa loro?
In secondo luogo, ci rendiamo conto che quella del politico è diventata una carica a titolo ereditario? Ci rendiamo conto che non abbiamo neppure più la libertà di scegliere i nostri parlamentari che devono il loro posto di lavoro al segretario del partito al quale resteranno per sempre fedeli? Quanti italiani hanno davvero percepito l’ impatto negativo che una legge elettorale del genere può avere sull’ operato del parlamento (anche se ormai è più corretto parlare di governo perché, dato l’ uso ricorrente del voto di fiducia, il parlamento non è stato solo ‘svilito’ ma reso totalmente inutile). Allora non conoscono i rimedi per ‘sistemare’ la giustizia o al loro ‘capo di turno’ fa comodo che questa sia lenta, inservibile, inutile? Grazie alla legge elettorale appena citata il parlamento non risponde agli italiani, al loro bisogno di giustizia; risponde alla necessità del ‘datore di lavoro’.
La maggioranza degli italiani, tra gli altri difetti, ha un problema molto grave, causa di molti mali: la memoria troppo corta.
Forse il problema lo possiamo individuare qui: nell’ ignoranza, nel non pensare, nel non ricordare, nel non collegare. Come il titolo del quadro di Goya ‘Il sonno della ragione genera i mostri’ . E può distruggere un paese.
Il Tuo commento, Daniele, presenta diversi spunti interessanti ma, a mio avviso, pone sullo stesso piano concetti diversi. E' sbagliato, senz'altro, fare di tutta un'erba un fascio, affermare che "tutti i siciliani sono mafiosi" o che "tutti gli italiani hanno la tendenza ad agire furbescamente". E' vero, però, che il diritto è l'espressione di un modo di sentire e che il nostro diritto è l'espressione del nostro modo di sentire, di noi come italiani. Per fare un esempio tratto dal Tuo discorso: se la televisione condiziona la più parte dei nostri concittadini è (almeno anche) perchè costoro accettano di farsi condizionare, perchè la maggioranza di loro non conosce altri mezzi di informazione del telegiornale, ignorando l'esistenza di blog e siti specializzati. Se la maggioranza dei nostri concittadini non ha subìto l'impatto della legge elettorale è perchè forse (almeno in parte) c'è del vero in quella canzonetta di non troppo tempo fa che raccontava la vicenda dell'italiano medio. Insomma, è un gatto che si morde la coda. E poi a questo si aggiunge, a mio parere, qualcosa che nessuno ha ancora messo in luce: l'individualismo imperante. Il fatto che ognuno pensi al proprio giardino, per dirla come Voltaire, comporta la perdita di una visione di insieme (quello che è l'interesse pubblico di cui si parlava anche martedì scorso a lezione) e induce a pensare che "tanto le cose rimarranno sempre tali quali sono ora" e che, appunto "il faut coultiver son jardin" (se mi ricordo ancora come si scrive...).
RispondiElimina"Il sonno della ragione genera mostri": vero, verissimo. Non potevi scegliere riferimento più appropriato. Ma chi ha addormentato la ragione? O meglio, perchè si avverte questa sonnolenza nell'aria? Qual è la causa se non un sentire comune di insoddisfazione, di voglia di rivalsa, di emulazione di modelli di assai poco spessore che inducono a pensare che sia facile ottenere tutto e subito? Lo sapete quanti sono i biglietti gratta e vinci venduti nella nostra penisola? Penso che rimarreste stupiti del numero. E, ancora, che esempio ci danno le istituzioni? Che tanto possiamo andare a mangiare un panino e che se scade il termine si può adempiere entro il primo giorno non festivo perchè possiamo interpretare le regole a nostro piacimento?
Sono perfettamente d' accordo. E' proprio questo che cercavo di evidenziare con il mio (forse troppo lungo) discorso: la colpa è solo degli italiani o di chi funge da modello? Chi ha addormentato le coscienze? Siano tutti opportunisti o molti sono indotti a diventarlo (con questo non voglio giustificare chi lo diventa, ma solo analizzare il fenomeno)? E' per questo che sopra ho attaccato i politici, in particolare proprio quelli che hanno confuso i ruoli: non sono loro a dover essere al servizio della legge ma la legge al loro servizio. Questo è allarmante a dir poco. Su 'il fatto quotidiano' di oggi un provocatorio Travaglio asserisce: "[...]Viviamo in un regime fondato sulla legge del più ricco e del più forte.[...]. Una legge che varia a seconda delle esigenze del più prepotente. Se, puta caso, costui viola la legge, non ha sbagliato lui: è sbagliata la legge, che viene cambiata su due piedi. Se poi, puta caso, la Costituzione non lo consente, non è sbagliata la nuova legge: è sbagliata la Costituzione. Che si può cambiare come un calzino sporco". Niente di più vero e drammatico. Eppure credo che, se molte persone si ribellano, se le piazze si sono riempite di vecchi e giovani increduli che non sopportano più di essere rappresentati da persone che piegano la legge ai propri interessi, allora l' "italianità" di cui parlavamo, ammesso che esita, non è del tutto imperante. Parlando, non dico con anziani, ma anche con persone di mezz' età, scopri realtà sconvolgenti. Ti accorgi che ovunque tu vada, con chiunque tu riesca ad intraprendere un discorso, con molta probabilità ripeterà sempre e solo cinque o sei frasi preconfezionate. Dove le hanno sentite? Chi le ha messe nella loro bocca? Ovviamente la televisione. Purtroppo molte persone si fanno influenzare, molti giovani sono totalmente disinteressati non solo alla politica, ma al mondo in generale (ci sono ragazzi che fieramente dicono di votare Berlusconi solo perchè è il presidente del Milan. Terrificante). Ma ci sono anche persone che, non so come, sono ancora convinte che la tv sia fonte di verità. Forse per la loro età, credono che in televisione a raccontare il mondo ci siano ancora personaggi come Pasolini o Enzo Biagi. Ovviamente non è così. Pasolini diceva che la televisione è pericolosa perchè chi parla si pone in una condizione di superiorità, e in questo modo l' ascoltatore è indotto a pensare che tutto ciò che viene detto sia vero, giusto, inconfutabile. .
RispondiEliminaNon voglio dire che spegnendo la televisione gli opportunisti, gli individualisti che pensano solo a se stessi (come hai detto perfettamente tu) spariranno; sarebbe ridicolo crederlo. Ritengo però che, con una corretta educazione la società potrebbe cambiare, credo che molte cose siano indotte. Come può essere che fino a qualche anno fa Craxi fosse considerato (giustamente) latitante e ora sia stato 'promosso' ad' esule? A martire? A perseguitato? La gente lo ha sentito ripetere talmente tante volte che ha dimenticato che è stato lui stesso ad ammettere i propri errori.
Oggi Pasolini non c'è più, e quando riteneva che la televisione avrebbe rovinato la società, divenendo veicolo dei 'peggiori mali', aveva visto lontano, profetico come in molti altri casi
Parli spesso della "gente", di quella che ha dimenticato la latitanza e gli "errori" di Craxi e che vota un certo personaggio perchè presidente di una squadra di calcio (e se ne vanta: ne conosco diversi anch'io!). Converrai, credo, che la strada da percorrere inizi almeno dall'atto della discussione e del confronto su questi argomenti. Una soluzione che all'apparenza è molto semplice, finanche banale, ma che, evidentemente, non lo è, visto che la maggioranza fatica a farlo, preferendo evitare di prendere coscienza di uno stato di cose che oserei definire fallimentare per i traguardi di democrazia che i padri della Costituzione (in cui ancora, forse in maniera idealistica, credo ancora) avevano delineato. E anche quando se ne parla, lo si fa sempre troppo poco: per esempio, oggi a Ferrara si è manifestato contro il "decretino". Hanno partecipato partiti e sindacati. Vorrei solo che domani questa questione non fosse archiviata, per tornare a parlare delle grige questioni attinenti la geografia politica post-elettorale. Mi sembra che la politica sia troppo lontana dai cittadini e troppo vicina a interessi diversi (torna ancora quello che dicevi martedì a lezione). E se la politica è lontana, lo è anche il diritto in quanto strumento dalla stessa impiegato per gestire la cosa pubblica.
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